Le badanti invisibili: chi si prende cura di chi cura gli anziani italiani

In Italia ci sono quasi un milione di assistenti familiari, per lo più donne straniere. Vivono nelle case degli anziani, sono la loro compagnia principale — eppure restano tra le lavoratrici meno tutelate del paese.

Le badanti invisibili: chi si prende cura di chi cura gli anziani italiani

Si chiama Mirela, ha cinquantadue anni, viene dalla Romania. Vive a Torino da sedici anni, nella stanza che era del figlio di una signora di ottantaquattro anni. Si alza alle sette, prepara la colazione, accompagna la signora dal medico, le fa compagnia il pomeriggio, le legge il giornale, le prepara la cena, la mette a letto. Sei giorni su sette, spesso sette su sette. Guadagna novecento euro al mese, ha un contratto in regola — è tra quelle fortunate.

In Italia ci sono circa novecento mila assistenti familiari. Di queste, quasi il settanta per cento è straniera, prevalentemente dell'Europa dell'Est. Sono loro il vero sistema di welfare per gli anziani non autosufficienti del paese — non le istituzioni, non i servizi pubblici. Loro, nella silenziosa economia delle cure domestiche.

Un sistema che regge su spalle fragili

Il modello italiano di assistenza agli anziani si chiama, negli studi sociologici, familismo assistito: la famiglia è responsabile della cura, ma delega questa responsabilità a lavoratrici pagate — spesso in nero, spesso in condizioni di irregolarità, spesso senza contratto né tutele. È un sistema che funziona perché è invisibile: non compare nei bilanci dello stato, non produce statistiche ufficiali, non ha un ministero che lo gestisce.

Quando questo sistema si inceppa — perché la badante si ammala, perché non si trova un'altra in tempi rapidi, perché la famiglia non può permettersi il costo — l'anziano rimane senza assistenza e senza compagnia dall'oggi al domani. Non c'è un piano B istituzionale. C'è la famiglia, che spesso non può fare altrimenti che mettere un annuncio e sperare.

La compagnia come lavoro non riconosciuto

C'è un aspetto della professione di assistente familiare che raramente viene discusso: la sua componente relazionale. Una badante non è solo qualcuno che aiuta un anziano a lavarsi e a prendere le medicine. È, spesso, la persona con cui quell'anziano parla di più durante la giornata. È l'interlocutore principale, la presenza costante, l'unica persona che sa come è andata la notte e come sta andando il mattino.

Questa componente — che i sociologi chiamano lavoro emotivo — non è riconosciuta nei contratti, non è remunerata esplicitamente, e non è considerata una competenza professionale da formare e valorizzare. Eppure è fondamentale per la qualità della vita degli anziani assistiti, e il suo peso emotivo sulla lavoratrice è reale e documentato.

Quello che manca

Un sistema di assistenza agli anziani degno di questo nome richiederebbe, almeno, tre cose: contratti in regola per tutte le assistenti familiari, formazione professionale sulla relazione di cura, e un sistema pubblico di supporto per le famiglie che non possono permettersi il costo. Nessuna delle tre esiste in forma strutturata in Italia.

Nel frattempo, Mirela e le sue colleghe continuano a fare quello che fanno — con dedizione, con fatica, con quella forma di cura quotidiana che non ha un nome ufficiale ma che regge, silenziosamente, un pezzo enorme del paese.