La solitudine giovanile: un viaggio personale

Esploro la solitudine nella mia vita a Roma, tra amici mancati e nuove connessioni.

La solitudine giovanile: un viaggio personale

Quando ho iniziato a studiare all'università a Roma, non avevo idea di quanto la solitudine potesse insinuarsi nella mia vita. Ero circondato da persone, eppure spesso mi sentivo come in un'isola deserta. Un giorno, mentre mi trovavo in una caffetteria a San Lorenzo, osservavo gli studenti intorno a me, tutti immersi nei loro laptop, telefoni o, raramente, libri. Mi sono reso conto che molti di noi erano fisicamente vicini, ma emotivamente distanti, quasi come se fossimo separati da un vetro invisibile.

Questa esperienza personale mi ha fatto riflettere sui dati presentati dall'OMS e ripresi dall'Istituto Superiore di Sanità. La solitudine, mi è stato detto, non è solo un sentimento passeggero, ma un compagno silenzioso che, secondo uno studio del 2025, può avere effetti devastanti sulla salute. La ricerca indica che l'isolamento sociale cronico è associato a circa 870.000 decessi all'anno nel mondo. Pensare che ogni ora 100 persone nel mondo muoiano a causa di questo male invisibile è impressionante.

Mi sono chiesto come la mia generazione, quella dei cosiddetti nativi digitali, potesse sentirsi così sola nonostante le tecnologie avanzate che ci permettono di connetterci con chiunque, ovunque. Ho parlato con Ilaria Lega, una ricercatrice dell'ISS, che mi ha spiegato come i giovani siano particolarmente vulnerabili: "Nei giovani, una persona su cinque si sente sola. Spesso, questi strumenti digitali, pur offrendoci la possibilità di connetterci, possono mancare di quel contatto umano genuino che è essenziale per il nostro benessere".

In risposta a questa crisi silenziosa, diverse nazioni stanno cercando soluzioni innovative. In Italia, ad esempio, è stato introdotto il modello della "prescrizione sociale", dove i medici indirizzano i pazienti verso attività come il volontariato o i cori locali. Eppure, mi chiedevo se queste iniziative fossero sufficienti.

Un pomeriggio, passeggiando per il Parco degli Acquedotti, ho deciso di partecipare a uno di questi gruppi di cammino. Era un misto di persone di tutte le età, accomunate dal desiderio di condividere un momento di connessione vera. Mentre camminavamo insieme, raccontandoci storie e condividendo risate, ho sentito una sensazione di appartenenza che non provavo da tempo. Era un promemoria che, a volte, la soluzione più semplice è uscire dal proprio guscio e aprirsi agli altri.

Contenuto a cura della redazione AMIICO — un prodotto sviluppato da Union Srl (Verona).