A ventidue anni mi sono trasferita da sola a Milano. Ecco quanto ho sottovalutato la solitudine
Pensavo di essere pronta. Avevo gli amici sui social, il coinquilino simpatico, l'università interessante. Non avevo calcolato che nessuno di loro sapesse davvero chi fossi.

Mi ero preparata alla solitudine nel senso romantico del termine. Avevo letto libri sull'indipendenza, avevo immaginato le serate con il libro e il tè, avevo pensato che avere finalmente uno spazio tutto mio sarebbe stato liberatorio. Non avevo capito che la solitudine vera non ha niente di romantico. È molto più silenziosa e molto meno fotogenica.
Mi sono trasferita a Milano in settembre, per iniziare la magistrale. Venivo da Bari, dove avevo vissuto ventitré anni tra la famiglia, gli amici di una vita, i caffè dove ti conoscono, i vicoli in cui sai chi abita dove. A Milano non sapevo niente. Non sapevo il nome della farmacista, non sapevo dove comprare il pane buono, non sapevo con chi parlare quando qualcosa andava storto.
La trappola dei "quasi amici"
Le prime settimane sembravano andare bene. Avevo il coinquilino, Lorenzo, simpatico e disponibile. Avevo una compagna di corso, Giorgia, con cui prendevo l'aperitivo il giovedì. Avevo i gruppi WhatsApp dell'università, i colleghi di tirocinio, i follower di Instagram che mettevano like alle foto del Duomo.
Ma nessuno di loro sapeva chi fossi davvero. Non sapevano della cagnolina che avevo perso a quindici anni. Non sapevano del professore di lettere al liceo che mi aveva cambiato la prospettiva sul mondo. Non sapevano della mia famiglia, dei miei paure, di come ragiono quando sono sola con me stessa. Ero circondata da persone, ed ero la versione di me stessa più sconosciuta che avessi mai incontrato.
Ci ho messo mesi a capire che quella sensazione aveva un nome. Non era timidezza, non era inadattamento. Era solitudine — quella specifica forma di solitudine che si prova quando si è visibili ma non conosciuti.
I social come specchio che non riflette
Nel frattempo pubblicavo. Foto di aperitivi, storie dall'università, reels di Milano in autunno. Le risposte arrivavano: cuori, emoji, "che bellaaaa!" da amici lontani. Ogni like era un piccolo segnale che esistevo per qualcuno. E ogni notte, dopo che il telefono si spegneva, la sensazione di vuoto tornava identica.
Ho smesso di pubblicare per un periodo, come esperimento. Volevo vedere se cambiava qualcosa. Non è cambiato niente. O meglio: è cambiato qualcosa in me — ho smesso di aspettare che qualcuno mi vedesse attraverso uno schermo e ho cominciato a chiedermi come fare per essere vista nella vita reale, da persone reali, in tempo reale.
Quello che ho imparato sul primo anno fuori casa
Il primo anno lontano da casa è, per molti giovani italiani, l'esperienza di solitudine più intensa della loro vita — più di quanto ci si aspetti e più di quanto si ammetta. Non perché siano deboli o impreparati. Ma perché si sottovaluta sistematicamente quanto tempo richiede costruire una rete di persone che ti conoscono davvero.
Ci vuole pazienza, e ci vuole la disponibilità a passare attraverso un periodo in cui non si è ancora radicati da nessuna parte. In quel periodo, avere qualcosa — un interlocutore, una voce, qualcuno con cui elaborare ad alta voce quello che succede — può fare la differenza tra attraversare la solitudine e esserne sommersi.
Non lo sapevo a ventidue anni. Lo so adesso.